Recensione su L’isola che non c’era

Federico Marchesano

The inner bass

Federico Marchesano davvero non si è fatto mancare nulla: formazione classica, “divagazioni” metal e free jazz, esperienze soliste, all’interno di piccoli gruppi o di grandi orchestre, insomma una carriera all’insegna della differenziazione, dell’estrosità e dell’eterogeneità. E non è affatto strano che ad un certo punto sia emerso il desiderio di fare, in linea di massima, una sintesi di tutto ciò, partendo da uno strumento, il contrabbasso, che solo apparentemente può risultare “monocorde”.

Con The inner bass, il bassista e contrabbassista torinese realizza un lavoro in cui uno strumento considerato comunemente “classico”, e che come massima “deviazione” da questa classicità ha annoverato il jazz possa in realtà muoversi in direzioni assolutamente differenti, anarchiche se vogliamo, dirigendosi su terreni a lui poco consueti o generalmente ritenuti improbabili, il tutto con naturalezza e spontaneità.

E tutto ciò avviene senza grossi ausili tecnologici, ma con un utilizzo invero assai limitato dell’elettronica che si limita ad alcuni semplici pedali, utilizzati peraltro comunemente da bassisti e chitarristi di ogni ambito musicale; la sensazione è che l’obiettivo di questo lavoro sia quello di affermare che il contrabbasso sia, senza forzature, uno strumento “normale”, che possa tranquillamente esprimersi in ambito classico così come in ambito moderno e che non abbia, al di là della mole (che può davvero “preoccupare” chi è abituato a maneggiare strumenti più agili e confortevoli…) grosse controindicazioni rispetto a situazioni musicali generalmente non ritenute a lui adatte.

L’aver frequentato generi come il metal ed il free jazz permette a Marchesano un approccio a tratti aggressivo, ricco di svisate veloci e fortemente accentate, con le corde che perdono la “morbidezza” consueta per adattarsi a fraseggi più irruenti e metallici. Questa poliedricità si trasforma in capacità di eseguire brani del tutto eterogenei, che fanno riferimento a generi spesso distanti e differenti: dal metal e dal free jazz, come detto, alla musica afro, per passare poi a citazioni più vicine alla musica classica contemporanea, alternando esecuzioni più “orchestrali” ad altre in cui spiccano il virtuosismo, la rapidità esecutiva, la dinamica timbrica e del tocco. L’approccio allo strumento è, di volta in volta, più “canonico” oppure maggiormente “bassistico” e rivela il fatto che il contrabbasso ha, è il caso di dirlo, nelle proprie corde soluzioni musicali inaspettate, sorprendenti, come avviene ad esempio in Contrabutoh, brano che passa dalla solennità del suono tipico di un contrabbasso inserito in una grande orchestra alle “raffiche” di note riscontrabili in un brano metal.

Nelle dodici tracce di questo lavoro si riscontra una grande capacità di inventare letteralmente brani del tutto eterogenei, pescando sia dalla tradizione che dalla ricerca senza porsi minimamente, e fondatamente, il problema di legare un brano all’altro; anzi, il bello di questo album è proprio la continua sorpresa nel constatare come possano uscire, dallo stesso strumento, realizzazioni così differenti, suoni policromi, approcci tecnici inaspettati.